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Riflessioni post mostra: Yamamoto Masao

Posted by C. on Nov 30, 2007 in Mostre, Photographers, Riflessioni

Ecco un insieme di riflessioni sulla mostra di Yamamoto Masao svoltasi alla galleria Carla Sozzani di Milano.

Scrivere delle opere di Yamamoto Masao è difficile.
Difficile perché la comprensione delle stesse si basa sull’intuizione, su una epifania del tutto personale e formalmente atipica.
Come atipica è la mostra nel suo complesso.
Il primo impatto è disorientante: al posto di grandi stampe fine art l’occhio viene subito catturato dal bianco candido dell’intonaco del muro.
Dove sono le foto?
Sono li, in effetti, piccoli quadrati e rettangoli che galleggiano a gruppi in questo bianco accecante.
Sembrano stormi di uccelli che volano nel cielo di una giornata luminosa ma grigia.
Mi avvicino, per vederle meglio.
Sembrano vecchie immagini, tratte dal baule della nonna , con i bordi smangiati e qualche piccola macchia dorata.
Solo che, in questo caso, non ritroviamo foto di parenti e amici, ma foto di spazi sospesi nel tempo che assumono il carattere di un pigro e malinconico stato di eternità: il monte Fuji con una piccola nuvola, un crisantemo che brilla nell’oscurità dello sfondo.
Le immagini dello stesso gruppo sembrano rapportarsi fra loro con un sottile gioco di allusioni e affinità, dificile da cogliere, che trascende il significato delle immagini stesse per andare a insinuarsi nella totalità dell’istallazione, ovvero, nel perdersi in questo muro candido, che dona alla galleria intera un chiarore irreale.
E d’un tratto i pensieri cominciano a volare in alto, più alti degli stormi di immagini, tanto che sembra, per un momento, di riuscire ad abbracciare, tramite essi, la ragione stessa delle cose e del mondo, per poi spegnersi, lentamente, e ridiscendere alla nostra realtà, avvolti, ancora, dal bianco chiarore della parete.
La magia però non è finita: al centro della stanza ci attende un piccolo cubo di due metri per due, anch’esso completamente bianco. Come ingresso c’è una piccola apertura quadrata, bisogna quasi inginocchiarsi per entrare.
Dentro l’atmosfera è ancora più rarefatta, dei pannelli di plexiglass opalini lasciano entrare una luce attenuata e soffusa. Un senso di pace mi avvolge quasi subito, ancora prima di notare l’unica foto appesa alla parete: la riva del mare e la schiuma di una piccola onda increspata.
L’effetto è quasi istantaneo, basta fare un po’ di silenzio dentro se stessi e la mente comincia come prima, e forse più, a entrare in uno stato di profonda pace e rilassatezza.

E’ alla  riproduzione del chashitsu, ovvero la stanza del tè, che l’autore si affida per ricreare questo sottile incanto.

Questa particolare esperienza che le opere di Yamamoto Masao ci propongono, non è però frutto di un istinto o della casualità, ma di una profonda riflessione dell’autore sulla bellezza e sul mondo, attraverso la filosofia zen, in particolare sul concetto del wabi e del sabi.
Questo, concetto, dalla natura complessa e anch’esso di cognizione intuitiva, serve per esprimere la sensazione di bellezza, di fascino che si prova davanti alle cose imperfette, temporanee e incompiute. Alle cose umili e naturali.
Massimo esponente di questa corrente filosofico/estetica fu, nel 1500, il maestro Sen no Rikyu il quale riformò la cerimonia del tè  (Cha no yu) secondo i principi del wabi-sabi.
Una cerimonia che, perso l’originario carattere ostentativo, diventa l’espressione più pura dell’estetica zen.

Wabi come la semplicità, ricercata fino a divenire estrema sintesi di ogni forma.
Sabi, come la patina del tempo che segna l’aspetto delle cose.
Nijiriguchi, l’ingresso nella stanza del tè, che con le sue piccole dimensioni ci rende tutti uguali e non fa metaforicamente entrare i grandi pensieri che ci assillano.
Chashitsu, la stanza del té, nella quale viene ricreata l’armonia tra l’uomo e il mondo.
Un luogo in cui la bellezza viene presentata nella sua estrema sintesi. Un luogo mentale, così strettamente concettuale da diventare archetipo e rappresentazione stessa del vuoto, riempito di solo pensiero.
Forse è questo che significa  “A box of Ku”?
Concentrazione assoluta della bellezza, (come il singolo fiore nella chabana che Rikyu fece trovare al suo mecenate Toyotomi Hideyoshi)  dispersione della fisicità delle cose per raggiungerne l’essenza.
Molte e molte cose si potrebbero ancora dire sull’opera di Yamamoto Masao, ma sarebbero tutte declinate, forse più di quanto io ho già fatto, in modo del tutto personale. Forse però è proprio per questo che consiglio un approccio a questo autore, per sapere di offrire una esperienza diversa per chiunque vi si avvicinerà.

 
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Fight solitude

Posted by C. on Nov 6, 2007 in Ipse Dixit, Riflessioni

“It is hard for us to accept that people do not fall in love with works of art only for their own sake, but also in order to feel that they belong to a community. By imitating, we get closer to others–that is, other imitators. It fights solitude.”

The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable
by Nassim Nicholas Taleb

Da A Photo Editor

 
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Il fotografo serve ancora?

Posted by C. on Apr 23, 2007 in Link interessanti\utili, Riflessioni

Titolo provocatorio per introdurre un’iteressante questione.

Nell’editoriale di aprile di “Tutti Fotografi” Paolo Namias si chiede come la tecnologia potrà influire non solo sul lavoro del fotografo ma anche sulla presenza decisionale del fotografo stesso. Questa riflessione si basa su una nuova tecnologia svilippata da Canon che rende possibile il controllo dell’inquadratura a distanza, permettendo così un possibile controllo “live” del lavoro del fotografo da parte di agenti esterni quali clienti, agenzie art-directors eccetera. Annullando di fatto la figura del fotografo e riducendola a quella di “portantino”. Già mi immagino la scena in cui un povero disgraziato con in mano una reflex si muove lentamente seguendo i “più su, no no più a destra, si ecco così” che gli arrivano da un auricolare, oppure un fotografo di guerra che si sente dire, magari nel mezzo di un conflitto a fuoco:”Hey avvicinati avvicinati! No, non così! Di più!” Inutile dire che quesi pensieri sono buffi se non addirittura grotteschi, ma non mi stupirei che qualcuno trovasse questa innovazione in qualche modo “gustosa”. Soprattutto per il fatto che vedendo per direttissima ciò che il fotografo vede si potrebbero evitare scatti inutili o “scandali” come quello delle foto manipolate (o sarebbe meglio dire photoshoppate alla cavolo) alla Reuters.

Ma in effetti, siamo davvero sicuri che l’utilità di uno scatto o la possibilità che sia un fake si possa ubicare solo alla radice dello scatto? Una esilarante e illuminante vignetta del fumetto “What the Duck” mi ha dato la risposta. A voi che dice? :D

 
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ZenaCamp

Posted by C. on Feb 23, 2007 in Riflessioni

Giusto per dire che ci sono anche io.
Non è ancora chiaro a fare cosa, ma diciamo che la presenza di amici, mare e focaccia ha stimolato alquanto la mia partecipazione. Vedrò di inventarmi qualcosa per quella data :)

 
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Cosa stai fotografando?

Posted by C. on Feb 23, 2007 in Riflessioni

Questa fu la domanda che mi pose un fotografo americano venuto nella mia ex scuola di fotografia a vedere i nostri portfoli.

Io gli indicai più o meno il centro della foto, consapevole di tutto il mare di spazio inutile che stava tra il mio soggetto e i bordi della fotografia.

“Ti devi avvicinare” mi disse.

Me lo disse guardandomi negli occhi e furono questi a tradire l’importanza che per lui aveva questo fattore, mentre il resto del viso era disteso, tranquillo e abbronzato.

Infondo il mio problema è sempre stato questo, vedere una scena e avere paura di avvicinarsi, di fare troppo lentamente o troppo rumorosamente. Infondo, per molte persone, che io porti al collo una macchina fotografica e non una pistola, sembra non faccia differenza. Ti guardano con quell’aria tra lo stupito e il colpevole stanato, come se tu avessi il potere di rendere “criminoso” il pensiero che in quel preciso istante gli è passato in testa.

Ma non divaghiamo.

Da quel giorno ogni volta che mi accingo a scattare, mi chiedo, prima di comporre l’inquadratura, a cosa voglio effettivamente fare una foto e soprattutto perché, e questo molte volte mi fa cambiare posizione, alzare abbassare, inclinare, allontanare, oppure desistere, soprattutto quando so che ci vorrebbe quella luce o quella lente che in quel momento non c’é o non ho.

Con queste domande sempre in testa, però, ho cominciato a guardare anche le foto altrui, sia quelle dei maestri che quelle dei tanti amatori che seguo da deviantart a flickr. E se dalle foto dei maestri riesco a trarre un’incredibile molteplicità di risposte, spunti, idee e suggestioni, spesso rimango basita dall’inquetante mutismo che alcune fotografie “amatoriali” portano con loro. Rappresentano tutte una grande varietà di mondo: strade, palazzi, fiori, dettagli ombre, riflessi. Ma al di là della banalità dell’oggetto stesso non c’è nessuna idea, nessun feeling sotterraneo che lo permei di un qualunque significato o motivo che vada al di la del suo essere oggetto. Quindi mi chiedo, ma chi scatta di solito se le pone queste domande?

 
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Confini

Posted by C. on Feb 19, 2007 in Personale, Riflessioni

La verità è che: quando sei felicissima perché è in arrivo il tuo primo 50ino e no, non è un motorino.
Quando guardi la foto di uno strafighissimo modello nudo e la prima cosa che pensi è “come avrà fatto ad ottenere quelle luci il fotografo”e la seconda è “sbav” capisci che hai passato almeno a livello “mentale” il confine tra l’interesse e la maniacalità :lol: _________________

Con questa riflessione è infine giunto il momento che io inauguri questo piccolo spazio in aggiunta al mio photoblog. Per ora nessuna missione in particolare, se non quella di darmi uno spazio per riflettere sulla fotografia. :)

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